LA TRAGICA FINE DELL’INTERVALLO

Chi ha più o meno la mia età ricorderà certamente le pecorelle: quando esisteva solo la Rai con uno o due canali, tra un programma e l'altro per alcuni secondi ci si poteva riposare la vista con un gregge e l'udito con un dolce arpeggio.La pubblicità era discreta, un carosello o due a ridosso dei tg. Poi è iniziata l'era degli spot ed il livello culturale dei programmi televisivi scendeva progressivamente con la stessa rapidità con la quale saliva il numero e la frequenza degli spot (il rapporto inversamente proporzionale non è affatto casuale). La pubblicità radiotelevisiva ha sempre più aumentato il bombardamento di messaggi demenziali e la frequenza dei passaggi ripetitivi di ciascuno spot. La guerra dell'audience sostenuta e finanziata dagli spot è sempre più diventata la principale se non l'unica risorsa, vera e propria discriminante presa in considerazione dai programmatori assoldati dai networks per battere la concorrenza; ormai neppure lo zapping basta più a difenderci dalla valanga di fango pubblicitario che ci sommerge, siamo ormai preda della rassegnazione e neppure più le associazioni dei consumatori pensano a qualche forma di protesta. Il sottoscritto, come un idiota Don Chisciotte, ha avuto l'ardire di fare un esposto alla commissione di vigilanza sull'emittenza radiotelevisiva per denunciare le MENZOGNE SPUDORATE di certi noti personaggi tv protagonisti dei programmi d'intrattenimento, i quali dichiaravano dolosamente una falsa durata delle interruzioni pubblicitarie allo scopo di convincere i telespettatori a non cambiare canale (provate a prendere un cronometro e a misurare i tempi delle interruzioni reali rispetto a quelle annunciate: constaterete la differenza anche se, dopo la mia denuncia, gli scostamenti sono un po' diminuiti).
Ma l'intervallo che fine ha fatto? Dapprima è stato relegato ad un solo canale della sola Rai, al posto delle pecorelle si sono visti per non più di una manciata di secondi, e per non più di un paio di volte nell'arco di una giornata, paesaggi e monumenti del Bel paese ripresi con un certo gusto artistico. Era poco, pochissimo, ma quei pochi secondi rappresentavano il simbolo dell'ultima difesa del buon gusto contro il mostro…(a proposito invito tutti gli amici che mi leggono ad ascoltare in radio la rubrica Golem di Gianluca Nicoletti). Da qualche tempo però non vedo né sento più l'intervallo: mi aggrappo alla "disperata speranza" che i paesaggi campestri dell'oltrepò vadano in onda quando io non guardo la tv, ma temo che anche quei pochi secondi siano stati inesorabilmente uccisi dal mostro. Qualcuno di voi è in grado di smentirmi? Gliene sarei eternamente grato…
LA TRAGICA FINE DELL’INTERVALLOultima modifica: 2004-09-27T16:46:03+02:00da miclos
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5 pensieri su “LA TRAGICA FINE DELL’INTERVALLO

  1. Non potrei smentirti seppure fossi cieca e sorda. La tua espressione “fango pubblicitario” calza a pennello”. Solo una cosa: trovo utile lo spazio publicitario per fare qualcosa che, dopo una trasmissione intera, non avrei più voglia di fare. ma solo in questo consiste l’utilita che attribuisco alla pubblicità di sempre più basa lega. Un saluto.
    Quanto ad Assisi, mi piacerebbe molto partecipare, se la situazione familiare lo permette.

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