GRAFFITI

pubblico il primo post della serie Graffiti, dedicata ai miei amici d’infanzia ed adolescenza. Ogni post sarà il ritratto di uno di loro: tra il serio ed il faceto, tra il carboncino e la caricatura virtuale, ogni post rappresenterà un mio piccolo omaggio, un po’ irriverente ma sempre affettuoso; come in un caleidoscopio cercherò di ricostruire frammenti di passato con l’ambizione di assurgere a piccoli racconti colorati accattivanti per i miei pochi ma affezionati lettori.

MAX

si laurea in filosofia a 28 anni col minimo dei voti, ma la sua tesi è su Bergson (da ragazzo non sapeva nemmeno pronunciarne il nome). Dopo una breve parentesi come travet in Montedison Max con i suoi risparmi si compra un Ducato di terza mano ma con cella frigorifera. Si alza ogni notte alle tre per andare a portare pesce congelato dal mercato generale di Torino Porta Palazzo ai vari esercizi commerciali della regione (bar, ristoranti ecc.); riesce bene o male a sopravvivere.
Max non è invece mai riuscito a ricordare il finale di una barzelletta, ma ne sparava a raffica, tutte incompiute. Una volta ce ne stavamo mogi mogi in un’assolata giornata di agosto in quel di Casalborgone “ant al lòc” =capoluogo: 300 anime al confino in provincia di Torino. Cascina di Cicci alias Eridanio, 20 bottiglie di vietatissimo Clinto prodotto dallo zio, una depressione cosmica. Dopo circa mezz’ora di assoluto silenzio sulle nostre teste era scesa una cappa di sartriana ineluttibilità dell’esistenza; a un certo punto Max alza lentamente la pesantissima zucca e sbotta a denti stretti: “questa sì che è vita!”. A tutti l’irrefrenabile torrente di riso liberatorio fece torcere le budella. Il suo motto era “basta che respirun” = che respirino, le donne naturalmente; però soleva anche sentenziare: “amare senza essere riamati è come pulirsi il c…senza avere ca…to”. Un’altra volta mi convince a partire con la mia fiammante Mini rossa (per cui la tredicenne Ale mi venerava come una reliquia) da Casalborgone a Ginevra (Swisse) perché lì c’era Anna V. (che considerava il Maciu poco più di un soprammobile), mandatavi dai suoi per farsi curare un principio di scoliosi. Partiamo alle tre del mattino, alle cinque siamo già caduti in un fosso, carro attrezzi, riprendiamo il viaggio alle sette; arriviamo a Ginevra dopo 14 ore di viaggio massacrante, malfamato alberghetto di periferia, notte insonne. Al mattino ci precipitiamo alla casa di cura, ma ci dicono che la signorina Anna V. era ripartita il giorno prima per la madre patria.
Max amava entrambe le gemelle A., che naturalmente avevano ben altre ambizioni (sposarono due “ottimi partiti” e soprattutto ricchi, mentre lui non aveva mai una lira). Max non sapeva chi fosse il padre siciliano, sparito nel nulla immediatamente dopo la sua nascita; persa la madre (piemontese) nella prima infanzia, Max visse fino a vent’anni con una caritatevole sorella maggiore, una zia materna ed una vecchia nonna che strapazzava come un calzino rammendato.
Max passava ore ed ore con gli amici nella biblioteca di quartiere senza mai leggervi un libro. Max fumava 50 sigarette al giorno, aveva i denti ingialliti ed una vistosa cicatrice sotto l’occhio (non ricordo se il destro o il sinistro), che si era provocato andando a sbattere contro un platano con un’auto da sfasciacarrozze con i freni inesistenti. Max faceva analisi sessantottesche e citava Marx ed Engels con tale disinvoltura da lasciarci puntualmente di stucco ad ascoltarlo. Max ospitava sempre tutti noi a casa sua (al cui confronto le cucce per cani erano hotels a cinque stelle) senza mai cambiare le lenzuola, non perché lui fosse sporco, ma perché riteneva le lenzuola pulite un retaggio borghese; Max scattava migliaia di foto, assolutamente improbabili ma bellissime. Max si sposò con una ragazza del luogo che lo lasciò senza preavviso ancor prima del viaggio di nozze. Max era un genio in continua decomposizione e ricomposizione. Non ho sue notizie da almeno dieci anni.

GRAFFITIultima modifica: 2004-08-01T19:20:07+02:00da miclos
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